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Fiat Melfi e indotto: L'azienda cresce ma i padroni - incassati gli incentivi - vogliono andare a Nord

Scritto da Italo Di Sabato*, Francesco Cirigliano**
Venerdì 14 Agosto 2009
Esistono siti industriali dove non vi sono a vista carroponti, gru o containers su cui salire per far sentire la propria voce, perché sono siti concepiti come vere e proprie cattedrali nel deserto in cui la semplice socializzazione tra compagni di lavoro risulta essere impossibile. Uno di questi siti si trova in Basilicata, la regione di Emilio Colombo, simbolo della Democrazia cristiana e della lunga "prima repubblica lucana": siamo nella zona industriale di Melfi, precisamente la Piana di San Nicola, dove all'inizio degli anni '90 è sorta la versione "modernizzata e neoliberista" della Fiat (qui si chiama Sata) e, dove alle sue costole, si sono insediate le aziende dell'indotto. In questi giorni però, proprio una di queste aziende - la Lasme Spa - ha annunciato la procedura di messa in liquidazione di se stessa e l'avvio della mobilità per le sue lavoratrici e i suoi lavoratori, in tutto 174.
Quella della Lasme - che in gran segreto, nelle ultime settimane, si era trasformata in Srl con l'evidente intento ad aggirare alcuni degli obblighi previsti per la messa in liquidazione di una società per azioni - sembra, a prima vista, una storia industriale come tante: una famiglia di imprenditori che arriva nel Mezzogiorno grazie agli incentivi statali e regionali (20 miliardi, per cominciare, dalla sola Regione Basilicata), apre la sua azienda, si avvantaggia della diversificazione contrattuale e, alla prima occasione, chiude per spostare la produzione altrove (a Chiavari, in provincia di Genova, per l'esattezza). In realtà, dietro alla vicenda Lasme ci sono molte cose non comuni. E' forse per questo che la vertenza è stata definita da sindacati e Regione «estremamente brutale».
Per prima cosa scatta il paravento della crisi, la quale diventa strumento di ricatto nei confronti di chi sciopera e lotta contro la negazione di diritti maturati (come nel caso degli scioperi sul premio di risultato registrati nelle settimane scorse) o come strumento di ristrutturazioni volte a riconfigurare il rapporto contraddittorio tra Capitale e Lavoro, ovviamente in favore del primo.
E' quella che abbiamo chiamato la privatizzazione dei profitti (negli anni delle politiche neoliberiste in cui all'aumento dei profitti corrispondeva il congelamento salariale) e la socializzazione delle perdite. E' questo il tentativo di riversare i costi della crisi sulle spalle di chi questa crisi l'ha già pagata: siamo di fronte ad un modello che ha in mente di curare la malattia con le sue stesse cause.
Qui alla Lasme, come ha bene evidenziato la Fiom-Cgil di Basilicata in un dossier, non vi è alcuna ragione industriale che possa giustificare l'atto di liquidazione e di messa in mobilità delle lavoratrici e dei lavoratori. La Lasme, che produce - grazie all'alta professionalità dei lavoratori, alla qualità delle macchine e alla capacità di fornitura - alzacristalli per il 60% del settore automobilistico nazionale e il modulo completo della portiera della Stilo, ha conosciuto in questi anni una crescita produttiva e occupazionale continue, proprio grazie agli standard qualitativi che caratterizzano la produzione nello stabilimento lucano. Semplicemente siamo di fronte ad uno dei tanti trasferimenti di produzione, come testimonia il metodo adottato: si aspetta che gli operai vadano in ferie per provare a svuotare lo stabilimento di Melfi dei macchinari indispensabili ad ottimizzare la produzione altrove.
Certo qui le telecamere delle grandi televisioni nazionali arrivano in ritardo... e qui in basso arriva spesso in ritardo anche la "politica", tutta presa da una presunta "questione settentrionale" che serve come presupposto ideologico alla introduzione di quella vergogna delle gabbie salariali. E quando la politica si accorge di questo Mezzogiorno lo fa attraverso l'altra faccia della stessa medaglia neoliberista: quella della nascita dei partiti autonomisti agitati dal Lombardo di turno; due facce di una medesima medaglia che tenta di nascondere quelle "mille insorgenze e ribellioni" che, nonostante il clima di ricatto imposto dalla crisi, tentano di rovesciare le ventennali politiche di sperimentazioni che proprio in questo Sud si sono imposte.
Ma fortunatamente le insorgenze ed i conflitti al modello imposto non aspettano i mass media e i loro tempi: qui il conflitto e le pratiche di solidarietà alle lotte hanno tempi più reattivi.
E' così che tante e tanti sono arrivate/i davanti ai cancelli della Lasme, nonostante i 46 gradi centigradi che quotidianamente, in questi giorni, si abbattono nella piana di San Nicola. Così come immediato è stato il sostegno del partito della Rifondazione comunista: un sostegno non formale, ma che al contrario, insieme alle brigate della solidarietà, vuole diventare sostegno concreto. Sostegno politico che, attraverso la partecipazione alla costruzione del conflitto si oppone, senza se e senza ma , alla perdita di posti di lavoro: questa crisi non può essere pagata dai lavoratori e non un solo posto di lavoro (ed un solo salario) devono andare persi.
Ma la partecipazione e il sostegno si traducono immediatamente anche in solidarietà attiva, attraverso l'allestimento di un campo cucina che, a partire dal giorno di ferragosto, provvederà alla organizzazione di pasti sociali e di lotta.
*segretario regionale Prc Basilicata
**segretario provinciale Prc di Potenza
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